Qual è il tuo percorso personale?

Johan Brunel: All’inizio dei miei studi a Parigi, presso l’atelier di metallo dell’École Nationale Supérieure des Arts Appliqués (ENSAAMA – Olivier de Serres), ho incontrato Samuel Misslen, con il quale ho fondato qualche anno più tardi l’atelier [jes]. All’epoca abbiamo sperimentato la lavorazione del metallo sotto tutte le sue forme, con un approccio legato alla scultura, e abbiamo realizzato molti pezzi sia per noi sia su ordinazione per altri designer. Questo ci ha permesso di finanziare poco a poco l’apertura di un atelier collettivo. Successivamente, ho proseguito i miei studi presso l’École nationale supérieure de création industrielle a Parigi (ENSCI les Ateliers), dove ho sviluppato una visione globale di progetti di design e della loro complessità, pur continuando a lavorare negli laboratori scolastici. Fra il 2000 e il 2010, ho lavorato come scenografo per le esposizioni presso il Centre Pompidou (La Révolution Surréaliste, la Galerie des enfants…), la Cité des sciences et de l’industrie (Cité des Enfants, Zizi Sexuel, Habiter demain) o ancora presso il Musée de l’air et de l’espace al Bourget. Queste mostre, sia permanenti sia itineranti, rispondono sempre a brief dettagliati e complessi nella loro realizzazione. Considero ciascuno di loro come delle sfide che mettono alla prova la mia creatività. Parallelamente, ho lavorato per delle commesse private e ho realizzato l’allestimento di spazi, il design di biblioteche, scale, ect. Questa doppia pratica – da un lato l’ideazione e la messa in opera di scenografie complesse e dell’altro lo studio e la progettazione di mobili di design – ha consentito di perfezionare il mio metodo di lavoro. La mia creatività si è sviluppata intorno a progetti che si avvicinano all’ingegneria e che, com’è noto, necessitano di un lavoro avanzato di ideazione in 3D. A forza di sperimentare le reazioni della materia, ho sviluppato delle intuizioni su nuovi metodi per sollecitarla. Questo mi ha permesso di avviare una svolta e mi sono dedicato alla creazione di mobili a partire dal 2010, con il progetto Usinage & Sentiments, realizzato nel mio atelier di Montreuil, alle porte di Parigi. L’autoproduzione mi ha dato l’opportunità di verificare alcuni capisaldi della mia attività: in particolare lo studio della curvatura dei pannelli di compensato, la riduzione ottimale degli sprechi, il trattamento per la protezione del legno e la tutela dell’ambiente.

Che importanza ha per te la cultura dell’atelier?

JB: Da un punto di vista formale, la mia formazione si nutre del lavoro di alcuni artisti scultori. Penso, per esempio, all’artista gallese Richard Deacon che si definisce più come un fabbricante che come uno scultore e paragona il suo lavoro a quello di un operaio specializzato: “Io non scolpisco, né tantomeno plasmo, io fabbrico”. La forma è il risultato della necessità di mettere in pratica, di fabbricare. Nel mio lavoro, i settori del design, dell’arte, dell’artigianato, dell’ingegneria, l’ideazione e l’architettura si mescolano e il termine “design” ingloba perfettamente proprio tutti questi campi. Guardo a me stesso come a un creativo in grado di rendere concrete le mie idee. Questa voglia di costruire, di realizzare da me le mie opere è un principio motore autentico, da cui scaturisce l’importanza dell’atelier. La questione della messa in opera delle mie creazioni occupa un posto particolare nelle mie ricerche. Le mie creazioni sono libere e sono come delle dimostrazioni dove i processi di trasformazione devono essere valorizzati e resi alla portata di tutti. Mi ingegno a produrre degli oggetti eleganti, confortevoli e robusti e, perché no, pedagogici.

Quale ruolo ha per te il design in relazione al saper fare e alle sue tecniche di base?

JB: Considero la materia come un semiprodotto da trasformare in maniera saggia. Le forme standard dei semi-prodotti servono quasi sempre da base all’elaborazione delle mie geometrie. La mia creatività prende vita partendo da un pezzo di acciaio, di latta, di bambù, di lamiere ondulate, da pannelli di compensato, da aste di paglia o di vimini, da tra l’altro, nel tagliare, incurvare, piegare, imbottire, allargare, intrecciare, spaccare, assemblare, martellare questi elementi industriali o naturali che costituiscono la base per poi farne degli oggetti pensati e adattati all’uomo. Sono dell’idea che gli oggetti perfetti sono quelli che portano in sé un segno d’intelligenza umana in un mondo costituito da elementi che talvolta ne sembrano totalmente privi, o che non si preoccupano di metterla in risalto. A mio avviso, la lavorazione talentuosa di semi-prodotti è una prova concreta del valore del saper fare – quella che chiamiamo “l’intelligenza della mano” – e che permette di dare a un oggetto una dimensione culturale, non semplicemente di semplice consumo.

Che importanza ha il dialogo e lo scambio tra le differenti discipline? Inoltre, nell’ambito della filiera produttiva, esiste un legame tra la conoscenza delle materie grezze e la capacità di confezionare il prodotto finito?

JB: Ho scoperto da tempo le complicità che esistono con il mondo dell’architettura. Al di là del fatto che ho l’abitudine di collaborare con degli architetti, ho sviluppato alcune problematiche di ideazione che appartengono proprio a questo campo. A parte la condivisione di idee in merito alla visione dello spazio e dell’universo abitativo, ritengo ci siano tanti punti in comune con l’architettura: creare un legame tra le persone, ricercare dei mezzi per attuare i nostri progetti, individuare la loro destinazione, il loro ciclo di vita, la loro coerenza, etc. Su scala industriale, immagino che il lavoro di valorizzazione del semi-prodotto possa permettere l’intervento dell’uomo nei processi di fabbricazione o consentire in atelier una produzione non in serie. Prospettive rassicuranti nell’ottica, a lungo termine, di un ritorno a delle produzioni su scala locale e di più facile gestione o, ancora, a una certa forma di filosofia di decrescita.

Intervista di Pascal Gautrand