Io v’assicuro che colui che una volta ha in potere il fiore del sole, il perfetto rubino…per la sua virtù può conferire onore, amore, rispetto, lunga vita; dare salvezza, valore: sì, e vittoria chiunque vuole.
Ben Johnson, The Alchemist, II, I[1]

 

 

Le radici più oscure, prendono forza, cercando spazio, fra le gambe-erbe che nascono dalla terra. Le radici più oscure, e più forti, anelano la luce del Sole, e volendo raggiungerlo, si espandono e crescono, attorcigliandosi in rami e arbusti: ognuno cerca di diventare più grande, e lato, sopravanza gli altri e li ingloba. I nodi diventano opere che il migliore scultore non potrebbe realizzare; in questa guerra fra figli dello stesso ceppo, i rami vincitori giungono alla luce e germogliano in fiori che espandono i propri petali come raggi del Sole a cui si vogliono sostituire.

I gigli farnesiani sorgono in un campo d’oro, come nati dalla luce della maestà[2].

Nascono dall’antico, dalla Tuscia, dall’infiorescenza carnosa delle farnie, le querce presenti nella zona, dalle quali nasce il nome Farnetum, una dinastia di condottieri che si espande fra morti e matrimoni da Bolsena alla Marche. Pietro, il primo dei Farnese a essere ricordato, da vita nell’Undicesimo secolo a una teoria di Prudenzi, Ranucci, Pietri e Peponi, la cui arte è quella delle armi: armi che portano alla nobiltà, e alla prima opera che pone i Farnese nel novero dei grandi mecenati, la prima pietra del Duomo di Orvieto, che il Vescovo Guido Farnese pone all’inizio del Quattordicesimo Secolo. La pietra da cui nasce uno dei capolavori più belli del primo Rinascimento, la pietra solida che mette un segno sulla terra è l’emblema di tutta la dinastia; la famiglia si muove con sapienza e pone segni precisi della potenza raggiunta.

Non si può entrare nel potere senza entrare nell’arte. L’arte è il segno che attraversa le ere, rimarcando il legame unico che che unisce l’artista a Dio, perché “artiere” è il nome che Dante dà a Dio, quando plasma l’uomo dalla terra, e l’opera d’arte si genera dalla consapevolezza di abbandonare la realtà, per raggiungere e bloccare negli occhi del mondo, la verità.

I Farnese sono la famiglia che più di ogni altra ha usato l’arte come messaggio per abbattere il tempo e vivere in eterno. Il primo sogno di eternità è quello di Pierluigi il vecchio, che crea il simulacro per sé e per la sua famiglia sull’isola del lago di Bolsena e da questo castello, detto di Capodimonte, nasce Giulia la bella, Giulia che con il fratello Alessandro, attraverso intelligenza, bellezza e astuzia, crea la fortuna della famiglia. Amante di Papa Borgia, Giulia aiuterà il fratello a divenire cardinale e da qui, Papa.
Gli occhi di Giulia ci guardano ancora oggi, bloccati nel tempo da Raffaello[3], e avvolto da questa bellezza, Paolo III darà alle arti ruolo primario nel suo pontificato, lui, cresciuto nell’educazione umanista di Lorenzo il Magnifico, brillerà per il suo mecenatismo, per la mondanità, per il senso grandioso che ebbe della sua casata e della missione di Pontefice. Fra 1545 e 1546, fu lui a dare impulso alla prima campagna di scavi delle Terme di Caracalla, dei Fori Romani, del tempio di Adriano, e nell’arco di un cinquantennio, grazie a confische, donazioni, acquisti sul mercato antiquario, ma soprattutto ai tanti rinvenimenti venuti alla luce, dà forma alla più straordinaria collezione d’arte del Rinascimento: Ulisse Aldrovandi nel 1550, nel visitare la residenza papale a un anno dalla scomparsa del pontefice la descrive come uno scrigno di tesori inestimabili, che prefigurano la moda che sarà del secolo successivo dei preziosi gabinetti di mirabilia.[4]

La smania collezionista dei Farnese non conosceva limiti geografici e le raccolte vantavano reperti provenienti da tutta Italia, come una testa di Antinoo, appartenuta al Cardinal Bembo di Padova, o il patrimonio dei Medici lasciato da Margherita d’Austria, figlia di Carlo V e Alessandro de Medici. Ma non era solo collezione o smania di possesso, era la creazione di una nuova città ideale, una nuova Roma in cui antico e moderno dialogassero in un percorso eterno. Ogni opera è un segno. Lo dimostrano i nipoti Alessandro e Ottavio, che ristrutturano castelli e costruiscono splendidi palazzi: Roma, Caprarola, Valentano, Campli, Parma, Piacenza, oggetti che gridano la loro “novità” e possanza alla terra. Ciascuno è una mirabilia in cui agiscono geni indiscussi, architetti, scultori, pittori e artigiani, una squadra che si muove per tutti i possedimenti della famiglia, con l’obiettivo di dare uno stile unitario a quella che deve essere l’arte farnesiana. Le architetture vengono inserite in giardini e piazze costruite con l’idea di un mondo ideale che possa generare un nuovo “ritmo” per l’uomo, fra siepi sagomate che creano il percorso virtuoso dell’eroe verso l’immortalità a scale elicoidali che si snodano verso la Sapienza divina. Artigiani sapienti creano pareti in cuoio gallonato, che vengono finite con velluti, ori e pitture. Entrare in una stanza dell’epoca era entrare in uno scrigno dalle superfici soffici, dove il colore, la vibrazione dei tessuti e la plasticità della pelle creava un percorso sensitivo oggi quasi sempre perduto: tutto lavorava a pizzicare e coinvolgere i sensi, e nessun artista sopravanzava l’altro, ma la grande regia del teatro del mondo faceva danzare tutti i lavoranti allo stesso ritmo, nel creare la scena ideale per l’azione dei propri mecenati.

Guardiamoli nei capolavori di Tiziano, il Papa e i suoi nipoti, che si guardano e ci guardano, e immaginiamoli porre quelle movenze meccaniche e cadenzate nelle grandi scenografie create per loro da Vignola, Michelangelo, Della Porta, dai Carracci.

Guarda Giulia, abbracciata all’Unicorno, simbolo della forza primigenia della natura, domata dalla purezza, simbolo “parlante” dei Farnese, loro “divisa araldica”, nobiltà dell’animo simboleggiata dalle figure che portano nella propria forma le virtù e i sentimenti.
Il nobiluomo traccia così quella che sarà la linea portante di tutta la sua vita, così come il Pontefice Romano pone un motto che identificherà il suo regno: c’è un ramo d’oro, nelle mani di un giovane nella Sala dei Fasti Farnesiani di Palazzo Farnese a Roma.[5]
La radice che ha dato origine alla storia è divenuta nuovo Sole.
Il ramo d’oro, fra le mani di Julo, figlio di Enea, segno di chi principierà la dinastia che fonderà Roma, è oggi colmo dei gigli dei Farnese, condottieri eletti dagli dei, per fondare una nuova civiltà.

 

Simone Ferrari
BIBLIOGRAFIA
Mario Praz, Mnemosine
Luigi Alfieri, Gigli Azzurri, Storia di casa Farnese
Edoardo del Vecchio, I Farnese
Padre Flaminio Maria Annibali, Notizie Storiche della Casa Farnese
Carlo Fornari, La fine della Dinastia Farnese
Alessandra Rodolfo, Caterina Volpi, Vestire i Palazzi
[1] “I assure you, He that has once the flower of the sunne, The perfect ruby…
by it’s virtue, Can confer honor, love, respect, long life, Give safety, value:
yea, and victory, To whom he will” (Ben Johnson, The Alchemist, II, I)
[2] …..L’arme antica Farnese i suoi bei gigli Ispiega in maggior copia in sù la volta,
Ch’ê nove, e ê sei da più moderni figli Fù con novel disegno poi raccolta.
Mirasi, come l’elmo all’hora pigli, e l’Alicorno, che nel collo avolta
Ha la benda di vel, premio c’havea da una Donna Regal Parthenopea…. (G. A. Liberati – 1614)
[3] In molti si sono affannati a ricercare il vero volto di Giulia Farnese e hanno ritenuto di individuarlo nelle varie dame o vergini con liocorno (dall’iconografia, quella della dama con l’unicorno particolarmente frequente nell’ambito della famiglia Farnese nelle cui imprese compariva un unicorno sulle ginocchia di una vergine, allegorie queste molto ricorrenti tra le stanze del castello di Carbognano, dimora di Giulia) che la pittura rinascimentale ci ha tramandato, da Raffaello a Domenichino a Luca Longhi o nello splendido profilo di donna inginocchiata nella Trasfigurazione di Raffaello.
[4] L’amplissima collezione d’arte raccolta dal Cardinale Alessandro Farnese, divenuto Papa nel 1534 con il nome di Paolo III, e dai suoi discendenti nel corso dei successivi due secoli, fu ereditata nel 1731 da Carlo di Borbone. Per l’estinzione della discendenza maschile dei Farnese alla morte di Antonio, il grande patrimonio d’arte contenuto nei palazzi di Roma, Parma, Piacenza e Colorno fu trasmesso ad Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, e da lei assegnato a Carlo.Nel momento in cui divenne Re di Napoli, nel 1734, prima i dipinti, i libri, le medaglie, i cammei e gli oggetti d’arte, poi le sculture di scavo archeologico furono trasferite nella Capitale del nuovo Regno, come forma di corredo e ‘fondazione’ di ordine culturale.In un primo tempo collocata in Palazzo Reale, la raccolta di dipinti, che comprendeva i ritratti commissionati da Paolo III a Tiziano, le opere di Annibale Carracci del quale era stato committente Odoardo Farnese, i fiamminghi acquistati nelle Fiandre nel Cinquecento dal Duca Alessandro, alla metà del Settecento fu trasferita nel Palazzo di Capodimonte, mentre una parte rimase nelle stanze dell’Appartamento Reale come in forma di arredo e nella raccolta poi smembrata della Galleria di Palazzo.
[5] Questo sala di 150m2 era il salone di gala della famiglia, che si affaccia su piazza Farnese tramite il balcone di Michelangelo. Il decoro di questo Salotto dipinto commissionato dal cardinale Ranuccio a Salviati fu eseguito fra il 1552 e il 1558. Alla morte del pittore, Taddeo e Federico Zuccari lo completarono dopo il 1565. Le grandi composizioni centrali, incorniciate da figure allegoriche illustrano i fatti gloriosi della famiglia Farnese che danno il nome alla sala.