Nell’ambito della mostra di Lafayette Anticipation, la fondazione di Galeries Lafayette «Faisons de l’inconnu un allié», il progetto di Slow and Steady Wins the Race si presenta come un work in progress: mostra un atelier di produzione di borse da parte degli artigiani Monteneri, in collaborazione con Made in Town.

L’artista Mary Ping spiega il processo di creazione di questo lavoro ibrido tra performance e scultura, che prenderà forma durante tutta la mostra. Mary Ping, ci puoi raccontare le origini del progetto Metamorphosis ?

 

François Quintin, direttore della fondazione Galeries Lafayette, e Hisham Khalidi, curatore associato, in carica in particolare per le tematiche legate alla moda, mi ha chiesto di creare un progetto specifico per l’esposizione della fondazione «Faisons de l’inconnu un allié». Conoscevano il mio marchio Slow and Steady Wins the Race, con il quale studio la moda da un punto di vista antropologico, in particolare attraverso un progetto sulle borse come contraffazione di una identità. Da parte mia, ero interessata alla storia di Galeries Lafayette e alla sua influenza sul settore della moda, ma anche al suo rapporto di lunga data rispetto alla produzione. Questo è il motivo per cui ho pensato subito di creare un laboratorio per la mostra: un work in progress che da un lato è un riflesso del pensiero di Slow and Steady Wins the Race, ma che dall’altro traccia un collegamento tra l’idea di performance e quella della produzione nell’industria della moda. Questa grande “sconosciuta” appunto!
La genesi di Metamorphosis è lo studio del design e l’evoluzione delle forme della moda, soprattutto per quanto riguarda la pelletteria, al centro oggi del modello di business di molti marchi. Ma piuttosto che un commento didattico sul tema (esporre delle borse nel loro stato di prodotti finiti), ho trovato più interessante mostrarne l’ingranaggio, attraverso l’esposizione di un vero e proprio atelier di produzione, durante tutto il periodo della mostra, che lavora per creare degli ibridi tra modelli generici di borse. Sono da tempo interessata all’iconografia delle borse e alla loro evoluzione nella storia: le borse sono sempre esistite! Ma questi oggetti si sono gradualmente modificati: da un valore di utilità (trasportare) hanno assunto un valore sociologico: l’auto-dimostrazione, l’esposizione. Le borse sono diventate oggetti di puro marketing nel settore della moda. La posta in gioco rispetto al design e al loro copyright è molto alta. Questo è proprio il punto di partenza della mia riflessione.

 

 

Ma la valorizzazione del saper fare, del “made in …”, non è divenuta una questione di marketing? Ultimamente si registrano numerose mostre dei brand su questi temi che si ricollegano alle problematiche del patrimonio del marchio.

 

 
In effetti la tematica del saper fare è divenuta un argomento di distinzione tra i brand, soprattutto del lusso, in un momento storico di crescente consapevolezza del lato oscuro del fast-fashion e delle disparità nella ripartizione dei costi di produzione. La mia installazione ha per tema la produzione: le borse vengono realizzate sul momento, sono tutte ultimate solo alla fine della mostra. E proprio in quel momento, diventano degli oggetti sorprendenti, che destano la meraviglia dei visitatori. Il laboratorio è concepito come un’installazione: ho creato il processo di produzione in Italia, con degli artigiani accuratamente selezionati.

 

 

I visitatori si trovano dunque di fronte a un’installazione che rappresenta un processo, quasi un’opera d’arte che si rivela nella sua totalità solo con lo svolgersi della mostra.

 

 
In effetti ho concepito questo workshop come un palcoscenico, con una scenografia specifica che mette in mostra il lavoro dei tre artigiani. E’ quasi una “timeline”, una catena di assemblaggio che viene esposta, da sinistra a destra. Il risultato sono dieci borse, esposte su un podio solo una volta che sono ultimate, le cui forme si ibridano tra di loro e non sono funzionali. Si lavora più seguendo l’idea di una performance scultorea che sull’idea di prodotto. Oltre alla mia formazione come designer di moda, ho anche studiato teatro. Credo di agire più come una regista che come una designer: ho messo in moto una catena umana di lavoro in una maniera molto codificata. Ho progettato tutto: dalle dieci borse alle uniformi degli artigiani fino alla scelta dei materiali (pelle, accessori…), ma anche il design del “palcoscenico” in collaborazione con Bureau V.

 

 

Quali criteri hanno guidato la tua scelta nella tua ricerca degli artigiani di questa performance/installazione? Quale è stato il punto di partenza?

 
Inizialmente la mia idea era di realizzare questa performance con degli artigiani che non si conoscessero tra di loro, mixando origini e competenze diverse. Il progetto era quello di mettere a nudo l’individualità di ciascuno rispetto al modello “generico” di artigiano che generalmente è proposto da parte delle imprese (bianco, caucasico, anziano). Ma l’incontro con Monteneri ha cambiato tutto: mi sono resa conto che, nonostante la confidenza tra di loro, ognuno di questi artigiani ha il proprio stile e ciascuno di loro apporta il proprio contributo personale nel progetto. Inoltre, prendono parte al progetto due donne: mi piace l’idea di mostrare delle competenze diverse legate alle figure femminili, che non sono necessariamente delle “sarte”, come spesso immaginiamo le artigiane impiegate nel settore della moda. Il fatto di lavorare con delle artigiane dal savoir-faire impeccabile è un forte punto di partenza, sia dal punto di vista della tematica di genere che sociologica. E’ anche importante ricordare che non esiste una gerarchia tra di loro: questo è valorizzato dalla stessa scenografia che è composta da un tavolo rotante. Infine, il fatto di lavorare con un’azienda strutturata come Monteneri, che ingloba diverse figure professionali, ci ha fatto risparmiare tempo!

 

 
Com’è avvenuto l’incontro con Monteneri?

 

 
La fondazione Galeries Lafayette è entrata in contatto con Made in Town per produrre la mia installazione: sono loro che hanno suggerito di essere associati a Monteneri per produrre questo progetto complesso, che ha richiesto sia diversi saper fare, ma anche delle macchine specifiche e materie prime di alta qualità. Così sono andata a Valentano, non lontano da Roma, a visitare i loro impianti e incontrare i proprietari. Monteneri ha il grande vantaggio di riunire una vasta gamma di competenze diverse nell’ambito della pelletteria, ma non solo: hanno 600 collaboratori, attrezzature e infrastrutture all’avanguardia. Ho subito apprezzato la loro dimensione internazionale, la storia, i valori, il loro impegno… per esempio mi è molto piaciuto il fatto che i veicoli aziendali siano elettrici! Inoltre, i collaboratori sono parte integrante dell’impresa, lavorano insieme per sviluppare il proprio business che ha un impatto economico reale nel territorio e nell’intera regione. Sono orgogliosi del loro lavoro e del loro saper fare secolare. Trovo che la loro visione a lungo termine e il loro sistema organizzativo sia estremamente interessante. Si tratta di un modello virtuoso, con cui ho piacere di lavorare.

 

 
Mary Ping, sei una creatrice di moda riconosciuta, le tue creazioni sono distribuite in tutto il mondo. Forte di questa esperienza artistica e di questa produzione ambiziosa, quali sono i tuoi progetti futuri?

 

 
Mi sono sempre considerata una designer più che un artista, nonostante la mia formazione legata all’arte. Sono interessata a tematiche relative alla funzionalità, anche se ho un approccio antropologico alla moda: la mia materia di studio è il comportamento delle persone, la moda, gli usi e le tendenze. Le mie fonti di ispirazione sono tutti gli scritti di Karl Marx sulla feticizzazione degli oggetti nell’era capitalista, così come le analisi sociologiche sull’abbigliamento pubblicate sulla rivista Vestoj, per esempio. Voglio, quindi, continuare a sviluppare progetti a cavallo tra moda, design e arte. E ho intenzione di continuare a lavorare con Monteneri su produzioni in pelle per Slow and Steady Wins the Race. Incontrare un gruppo industriale con il quale si riesce a sviluppare una reale affinità è piuttosto raro, queste relazioni sono preziose per continuare a lavorare su progetti ambiziosi, che mettono in relazione più saper fare. Ho ancora molte idee da realizzare!

 

 

Intervista di Vanessa Clairet

 

Biografia:
Nata nel 1978, Mary Ping esplora il mondo del design, dopo aver studiato arte al Vassar College. Nel 2001, crea la sua collezione eponima. La linea concettuale, Slow and Steady Wins the Race, viene lanciata nel 2002. Mary Ping ha vinto l’Ecco Domani Award, l’UPS Future of Fashion, ed è stata nominata al National Design Award. Il suo lavoro fa parte delle collezioni permanenti del F.I.T di New York, del R.I.S.D. Museo, e Deste Foundation, figurando contemporaneamente nella mostra “New York Fashion Show Now” al Victoria and Albert Museum.